Di quell’uomo, io ricordo i silenzi

Sentivo che qualcosa sarebbe stato diverso

I silenzi. Di quell’uomo, io ricordo i silenzi. Quando i miei servitori mi svegliarono, quella mattina, sentivo che qualcosa sarebbe stato diverso dal solito. Quella sensazione, poi, mi seguì per tutto il giorno, anche dopo che l’ebbi incontrato.

Come d’abitudine, mi svegliai prima dell’alba mentre i miei servitori erano in piedi già da tempo per preparare tutto ciò di cui io avrei avuto bisogno durante la giornata. La fortezza, che sorgeva al lato del tempio di Gerusalemme, era sufficientemente grande e necessitava di grandi cure. Era il segno del mio potere in quella terra così restia al dominio dell’Imperatore e non prendersene cura sarebbe stato un segno di debolezza non indifferente e i romani non sono deboli. Io non ero un debole.

Mentre ero ancora nelle mie stanze, sovrappensiero per via di quella strana sensazione, uno dei miei servi mi avvisò che un’orda di Giudei stava per bussare alla mia porta, conducendo con loro un prigioniero. Fui piuttosto annoiato dalla cosa e mi chiesi perché non avevano sbrigato la faccenda rivolgendosi alle loro autorità ma il mio garzone mi informò che l’uomo era già stato condotto da Anna e da Caifa. Decisi di vederla come un’opportunità di mostrare ai Giudei la mia forza e il potere che l’Impero mi aveva concesso nella loro terra. Mi preparai, dunque, a iniziare il mio lavoro quotidiano ancor prima di quanto avrei dovuto fare.

Avrei potuto rifiutare di riceverli ma…

Indossai la tunica e la toga e mi spostai verso l’esterno. Li vidi arrivare e sapevo che non si sarebbero permessi di varcare le mie porte. Non per timore nei miei confronti, certo. Sapevo bene che i Giudei, infatti, non sarebbero entrati nel Pretorio. Era il venerdì che precedeva la loro festa e nessuno di loro sarebbe entrato in contatto con quello che percepivano come un luogo impuro.

Per un attimo pensai che avrei potuto semplicemente rifiutare di riceverli e tornare alle mie mansioni senza curarmi delle loro stupidaggini, ma proprio per la particolarità del periodo, decisi di attendere e vedere che cosa mi avrebbero sottoposto. A volte risultava anche divertente risolvere le loro questioni fondate sulla loro strana religione, fatta di precetti che li opprimevano senza dar loro alcuna possibilità di godere delle libertà che le divinità romane ci avevano concesso.

Impettiti e con passo deciso proseguivano verso la fortezza, conducendo con loro quest’uomo, dalle mani legate, che si muoveva lentamente, con passo fiero e con una tale dignità che il mio sguardo aveva difficoltà a spostarsi. Anche il fragore dei Giudei scomparve per un istante e mi ritrovai a fissare quell’uomo. Vidi il suo sguardo e lo osservai proseguire in silenzio. Aveva passato una notte durissima, mandato avanti e indietro tra la casa di Anna e quella di Caifa. Di sicuro i giudei non erano stati gentili con lui e avevano approfittato della situazione, eppure non c’era paura nei suoi occhi. Era sicuro di sé, nonostante tutto. Mi chiesi quale fosse il motivo della sua presenza lì. Il suo atteggiamento faceva già vacillare ogni possibile considerazione io potessi fare. Di cosa era accusato?

Quell’uomo, l’avevano già condannato

I Giudei dissero alle guardie di condurre l’uomo nel Pretorio e indietreggiarono per evitare di contaminarsi. Mi spiazzò la loro poca attenzione nei confronti di quello che sicuramente era un di loro. Nessuno si preoccupò di pensare che, qualora l’uomo fosse risultato innocente, non avrebbe potuto partecipare alle loro feste. La prima condanna che gli avevano fatto era quella che loro definivano “impurità”. In quel modo, l’avevano escluso, separato. Non seppi mai se era stata una scelta deliberata, per poterlo punire in ogni caso.

Quando rientrai nel Pretorio, dopo aver conversato con i capi dei sacerdoti, osservai quell’uomo da vicino. Aveva mantenuto quell’atteggiamento dignitoso con cui era arrivato e attendeva pazientemente, in silenzio. Quell’istante parve durare dei secoli. Lo osservai e lo ascoltai. Il respiro era calmo e mentre lo scrutavo non fece assolutamente nulla. Quell’uomo aveva qualcosa di particolare. Qualcosa che non piaceva ai sommi sacerdoti. Era forse quella la sua unica colpa?

Le accuse mosse dai Giudei avevano accentuato la sensazione del mattino. Mi sentivo turbato a osservare quell’uomo ma l’orgoglio romano mi spinse a proseguire, facendo finta di nulla. Ero sotto gli occhi delle mie guardie, che mi vedevano come un’autorità. Dovevo fare qualcosa.

Decisi di prendermi un altro secondo però: la realtà era ben diversa e tutti sapevamo che i giudei stavano attendendo un potente salvatore che li avrebbe liberati e qualcuno si era appena proclamato tale.

Tu sei il re dei Giudei?

«Tu sei il re dei Giudei?» gli domandai. Seguì un attimo di silenzio, anche questo eterno. Lo osservai, sempre più colpito dall’atteggiamento privo di paura che traspariva da ogni singola parte del suo corpo.

«Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?»

Rimasi spiazzato da questa risposta e non fui l’unico. Vidi una delle guardie accennare un movimento che probabilmente sarebbe risultato in una punizione ma sollevai una mano e la dispensai. Il tono di quell’uomo non era minaccioso. Non era neanche irrispettoso. Nonostante avessi un prigioniero davanti agli occhi, mi sembrava di parlare con un mio pari. Da me, tuttavia, ci si aspettava una dimostrazione di forza. I miei uomini si aspettavano che fossi io stesso a punirlo per la sua insolenza, dopo che avevo fermato la guardia. Decisi di inasprire solamente il tono.

«Sono forse io Giudeo?» dissi di rimando, con un tono stizzito e sprezzante. «La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?»

Sentii il mio tono cambiare, in quell’ultima domanda. Nonostante volessi dimostrare forza, caricai inaspettatamente un po’ troppo il tono quella domanda. Non so che cosa trasparì, se la voglia di sapere che cosa avesse fatto a quella gente o se dietro la mia domanda c’era qualcosa di più profondo che indagava dentro quell’uomo, a un passo dalla condanna eppure così tranquillo e fiero. Doveva aver compreso qualcosa, perché non rispose alla mia domanda.

Un re. Un dio.

«Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù»

Ancora una volta rimasi spiazzato. Che cosa voleva dire con “Il mio regno non è di quaggiù”? Era davvero il salvatore dei giudei? Era una divinità? Feci mezzo passo indietro, quasi a voler prendere le distanze per osservarlo meglio. Ero di fronte a un dio? Per un attimo dimenticai tutto. Dimenticai perché quell’uomo era davanti a me, dimenticai le guardie, i giudei che urlavano a gran voce di condannarlo. C’eravamo solamente io e quell’uomo.

«Dunque tu sei re?» gli domandai ancora una volta. Il mio tono era calmo. In qualche modo l’ansia, la paura di avere davanti una divinità erano momentaneamente scomparse. Ero desideroso di sapere e di sicuro non mi interessava condannarlo: avevo ben capito che era lì solo per un capriccio dei Giudei. Ancora una volta, quell’uomo era in silenzio. Dopo qualche istante prese la parola.

Che cos’è?

«Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Ancora una volta, nel Pretorio, cadde il silenzio. Lo osservai, mentre le sue parole risuonavano nelle mie orecchie come una tuba sul campo di battaglia. Rendere testimonianza alla verità. Quell’uomo, così fiero, dall’atteggiamento così regale disse di essere venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità. Le sue parole, ancora una volta, mi spiazzarono. La verità. Era qualcosa che per il mio ruolo, molte volte avevo dovuto tacere, tante altre volte, sotterrare. Era la verità che i Giudei non volevano ascoltare? Era per questo che quell’uomo era davanti a me? A quale verità avrebbe dovuto dare testimonianza l’uomo che mi era davanti? Tante domande mi venivano alla mente in quel momento ma solo una sembrava dire davvero ciò che desideravo conoscere.

«Che cos’è la verità?»


Dal Vangelo di Giovanni (Gv 18, 33-38)

33 Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?». 34 Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?». 35 Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». 36 Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 37 Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». 38 Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?»

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