A volte credo che Dio si senta incompreso

A volte credo che Dio si senta incompreso. D’altra parte, una grossa dose di questo sentimento pervade ogni essere umano, specie quando si trova in cammino. Parliamo, ci esprimiamo, ci esponiamo, ma quante volte riusciamo a sentirci compresi davvero?

Quante volte passiamo minuti, ore, periodi ad osservarci, a chiederci come comportarsi per essere capiti, a soddisfare questo bisogno? Quante volte mutiamo noi stessi, forse per risultare più comprensibili agli occhi altrui, più leggibili, quasi come fossimo dei piccoli schemi da imparare a memoria.

Non è facile essere accolti, non è facile accogliere. Non è facile seguire noi stessi fino in fondo, e seguire l’Altro fino in fondo. È raro.

Leggo questo sentimento in questo passo del Vangelo. E leggo anche un enorme rifiuto di ciò che non è conforme, non è uguale, un grosso disprezzo nei confronti anche di chi, in qualche modo, opera delle scelte.

Perché Dio si sente incompreso se tutto sa, conosce? Forse alle volte non ci capisce, o ci capisce perfettamente e ci lascia liberi, liberi anche di sbagliare fino in fondo. Intanto però, credo che a suo modo, si senta incompreso.

E poi mi chiedo il perché. Chiederci perché, ricordarci i nostri perché credo sia fondamentale.

Perché esporsi col rischio di sentirci incompresi? Forse alle volte la domanda rimane solo “perché esporsi”, quando sappiamo bene cosa significhi, la maggior parte delle volte.

Quanto ci mettiamo a disposizione per ascoltare, per comprendere? E no, sentire non significa né ascoltare né comprendere, così come vedere e guardare non sono sinonimi.

Rita Atria aveva diciassette anni durante l’estate del 1992. È morta suicida dopo l’attentato al giudice Borsellino; era una sua stretta collaboratrice. Figlia di una famiglia mafiosa decise di prenderne le distanze collaborando con la giustizia. Credo abbia visto svanire le speranze di poter fuggire dal suo incubo personale, dopo il coraggio che ha comportato la sua scelta. Ci ha lasciato queste parole sul suo diario personale: «Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta»

Maria Rita Logiudice aveva 25 anni, morì suicida nel 2017 per lo stesso motivo: non sopportava il peso del suo cognome, che a Reggio Calabria significa droga, prostituzione, conti in sospeso.

George Orwell in 1984 ci suggerisce: «Forse non si desiderava tanto essere amati, quanto capiti». È amaro il finale del libro, con la macabra canzoncina “under the spreading chestnut tree, I sold you and you sold me” (Winston e Julia ammettono di essersi traditi, venduti a vicenda). Tuttavia, il punto cruciale al di là della storia è anche rappresentato dalla frase: “e ora che tu hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?

Delphine de Vigan nel suo libro “Jours sans faim” dove racconta di una sua caduta in un disturbo alimentare, sottolinea quanto sia stato complicato per lei non avere una famiglia che la sostenesse nell’uscita da questo suo periodo difficile.

Sono storie diverse, alcune di fantasia, altre tristemente reali, ma tutte con strettissimi legami con la realtà.

Tutte che rimandano al tema della parola, della scelta, il coraggio di parlare, di guardarsi interiormente ed esteriormente, a volte il fallimento di non saper reggere lo sguardo nei confronti del prossimo.

Dio ci chiede di amarci tutti, di amare il prossimo come noi stessi: forse prima di amare dobbiamo comprendere, a volte forse non riusciamo a comprendere neanche noi stessi, guardarsi fa paura. Comprendere intimorisce.

Quanto sforzo ci vuole per entrare completamente nei panni altrui, svestirci dei nostri pregiudizi, preconcetti, frasi fatte, quanto sforzo ci vuole per ascoltare ogni frase, parola, dare a ciascuna il giusto peso anche se arriva dalla più umile delle persone? Quanto sforzo ci vuole per ascoltare anche chi si espone con idee differenti dalle nostre, quando l’altro è in un qualche modo davvero diverso?

Dio forse lo sa, se ci conosce tutti. Ci conosce e ci capisce, in qualche modo, anche se forse siamo noi a non comprendere Lui.

Ho sempre parlato italiano, nessuno mi ha mai capito, questo è il motivo per cui scrivo, questo è il motivo per cui vivo, questo mi da la forza di alzarmi al mattino, parlare quattro lingue e non sentirmi compresa, sto spettro che cammina per le strade e le piazze e la mia anima che mi pesa, sentirmi sola in una marea di estranei, mentre cerco di spogliarmi ed essere all’altezza delle aspettative degli altri.


Dal Vangelo di Luca (Lc 4, 21-30)

21 Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». 22 Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». 23 Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». 24 Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. 25 Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro».
28 All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29 si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

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