La giostra

Il tamburellare insistente della pioggia sul vetro svegliò l’uomo. Era tutta la settimana che pioveva e sembrava non volesse smettere. L’uomo cercò faticosamente di scostare le lenzuola che lo stringevano in una morsa umida e soffocante. Madide di sudore, rimanevano incollate a quelle gambe scarne che a stento riconosceva come sue. Neanche oggi sarebbe sceso dal letto, tantomeno avrebbe attraversato la stanza per arrivare a quella porta che lo separava dal resto del mondo. Affondò nuovamente la testa sul cuscino e cominciò a guardarsi intorno. Nella stanza deserta, l’aria era densa degli umori della notte e pregna di un odore acre. Fuori, il diluvio continuava imperterrito, come se volesse cancellare ogni traccia di quel paese adagiato sul fiume. Come se volesse far sprofondare quella casa nella melma degli acquitrini. “Così, neanche oggi il sole è spuntato” pensò l’uomo. Fu allora che capì che, infine, la giostra stava per fermarsi.

Immobile e in attesa

L’uomo fu svegliato un’altra volta dal suo sonno. Fuori, nel mondo dove la tempesta non accennava a diminuire, si era fatto buio. Si chiese per quanto avesse dormito, ma non aveva importanza. Il suo era ormai diventato un sonno agitato e senza sogni, che non dava ristoro. Non gli restava che rimanere immobile a fissare il soffitto e attendere. Il silenzio della stanza era turbato solo dallo sferzante sibilare delle raffiche di vento e dall’eco dei suoi pensieri. Impercettibile, l’uomo poteva ancora sentire il suono della giostra che, lenta, continuava il suo giro. L’uomo sapeva che non si sarebbe fermata fino all’ultimo istante e che, anche nell’immobilità di quella stanza, la giostra continuava ripresentargli il suo spettacolo. L’uomo si voltò a guardare il comodino. Come le altre volte, la donna doveva essere entrata mentre lui dormiva per portagli qualcosa da mangiare. Ma, anche oggi, l’uomo non avrebbe toccato cibo e in breve si sarebbe riaddormentato. La donna, allora, sarebbe rientrata nella stanza nella speranza di trovarlo sveglio, ma avrebbe solo trovato il cibo intatto così come l’aveva lasciato. La donna avrebbe pianto. Solo dopo l’uomo di sarebbe svegliato avrebbe sentito la donna armeggiare nella cucina. Ma sarebbe stato troppo tardi. Era questo che la giostra gli concedeva nella sua ultima ora. A lui non restava che guardare il soffitto. Fuori, non avrebbe smesso di piovere e presto si sarebbe riaddormentato.

Vita vissuta a metà 

“Ti prego, smettila”. Dormire non era più possibile. L’uomo continuava ad agitarsi nel letto. Con il suo martellare insopportabile, la pioggia batteva insistentemente sui vetri. L’uomo supplicò ancora che la smettesse, ma la pioggia continuava a cadere. L’uomo supplicava, raggomitolato nel letto, ma presto, si rese conto che le sue preghiere non erano rivolte alla pioggia. L’uomo aveva ormai smesso di sognare, ma al posto dei sogni erano i ricordi a tormentarlo. Perché i ricordi di una vita vissuta a metà erano diventati dei macigni insostenibili che gli facevano mancare il fiato. Perché come una visione infestante, tornavano a visitarlo facendogli vivere una realtà che avrebbe voluto dimenticare e facendogli ricordare qual era stato il costo delle sue scelte. Per questo motivo aveva deciso di gettare via tutto. Aveva fatto portare via qualunque cosa da quella stanza: i mobili, i quadri, le foto i libri. Qualunque cosa gli ricordasse la sua vita doveva sparire, così come le persone a lui care: i parenti, gli amici, i colleghi che erano venuti a fargli visita. L’uomo non poteva sopportare la loro vista, perché loro avrebbero continuato il loro giro di giostra, mentre lui sarebbe stato strappato via.

Solitudine nascosta

Solo la donna era rimasta in quella casa. Sola con il suo dolore e sola con quell’uomo che aveva scelto di non vederla mai più. Perché avesse deciso di rimanere, l’uomo non l’avrebbe mai capito. Perché mai non aveva continuato a seguire il suo giro di giostra lontano da tutto quel dolore. Perché la giostra è bella e affascinante. L’uomo era stato colpito tanti anni fa dalla sua bellezza, quando, più che uomo, era ancora ragazzo. Quei colori sgargianti e la musica festosa lo avevano indotto a comprare subito il biglietto. Allora era salito su quel cavallo meccanico e la giostra era partita. Non sapeva che non si sarebbe più fermata, ma soprattutto non si era accorto, nell’euforia del momento, dell’errore che aveva commesso: su quella giostra era da solo. Ma la giostra aveva mille trucchi per far dimenticare al ragazzo di quella solitudine. Giochi, canzoni e feste si susseguivano senza tregua. Il sole sorgeva per poi tramontare, ma la giostra non cessava il suo giro.

Era ormai troppo tardi, forse

Così, quasi senza accorgersene, gli anni passarono e il ragazzo crebbe, scoprendosi uomo. Quel cavallo metallico su cui dondolava cominciava a stargli scomodo, ma la giostra non si fermava. Anche lo spettacolo era cambiato. Ai giochi e alle feste erano subentrati il lavoro e le responsabilità. Il sole sorgeva, la giostra girava e l’uomo non desiderava altro che dormire. Cominciava, infatti, ad essere terribilmente stanco e ogni giorno malediceva il sole che lo svegliava e che lo costringeva ad un altro giro di giostra e ad un altro giorno di fatica. Finché un giorno l’uomo si rese conto che non poteva più vivere così. Non poteva passare la vita in un inutile solitario giro di giostra. Ma ormai era troppo tardi, perché la giostra, nella sua danza, lo aveva ingannato. Gli aveva fatto credere una bugia che aveva messo radici in una delle paure più profonde dell’uomo. Lo aveva convinto che il tempo non sarebbe mai passato e che tutto sarebbe rimasto lo stesso. Per sempre.

Solo lui e la giostra

Per questo motivo quel giorno lo aveva colto alla sprovvista. Come un ladro, la malattia aveva scardinato le porte della sua casa. Lo aveva preso e annientato. Aveva ridotto in polvere lui e la sua casa, con tutto ciò che credeva di possedere. Nella sua tragica ironia, solo la giostra era rimasta intatta. L’uomo era rimasto lì, inchiodato a quel letto. Separato dal mondo, stupido e solo su quel cavallo meccanico, non gli resta che cercare ancora di dormire e aspettare la morte.

L’uomo inchiodato alla croce

Ma non era solo l’uomo. Nella penombra di quella stanza desolata, appeso al muro se ne stava solitario un crocefisso. Era stato il regalo di qualche parente per quella nuova casa ed era stato messo lì casualmente, insieme ai quadri e alle foto. L’uomo aveva detto alla donna di portarselo via, ma quel crocefisso era rimasto lì. Un dio dimenticato e impolverato gli faceva compagnia nella sua ultima ora. Un dio che era rimasto fuori dalla sua giostra nel momento in cui era stato pagato il biglietto. Eppure era un dio che era rimasto lì al suo posto. Inchiodato alla croce, appeso al muro e coperto di polvere, quel dio non aveva smesso di guardare e cercare l’uomo. E seppure sentisse il peso di quello sguardo, come se contenesse un giudizio a cui non poteva sottrarsi, l’uomo non riusciva a sottrarsi a quegli occhi profondi che sembravano accogliere tutto il suo dolore, tutta la sua sofferenza, tutta la sua paura. Quel volto dimenticato, conservava in sé la bellezza di quello di un padre che rassicura i propri figli che hanno paura del buio dicendogli: vegliate.

L’attesa di una visita

Era il 1° dicembre. Mancavano 24 giorni al Natale. La pioggia continuava a dipingere di grigio il mondo. Nella stanza regnava il silenzio. L’uomo era sveglio nel suo letto, con gli occhi rivolti al suo Signore. Sul comodino qualcuno aveva messo una candela che attendeva di essere accesa. L’uomo si mise seduto, con la schiena appoggiata al muro. Prese la candela tra le mani, ma la sua presa non era più forte come prima. La candela cadde. Un suono sordo ruppe il silenzio che fino ad allora era regnato sovrano. Fu questioni di momenti che la porta si spalancò. La donna era entrata nella stanza e aveva trovato l’uomo sveglio. L’uomo vide la sua donna e le disse “volevo accendere la candela, perché non voglio dormire ancora”. Lentamente, la donna si avvicinò al letto, prese la candela che era rotolata sul pavimento e la mise tra le mani dell’uomo. L’uomo guardò la sua donna. Anche i suoi occhi erano segnati da un dolore profondo. “Credo che presto accadrà qualcosa di bello” riprese l’uomo. “Credo che presto qualcuno verrà a trovarmi”. La donna allora si strinse al suo uomo che aveva ritrovato. Si distese con lui in quel letto e gli disse “posso rimanere ad aspettare con te? Perché spero chi verrà a visitarti sia venuto anche per me”.

La pioggia non smetteva di cadere. La candela venne accesa. Piano, quasi impercettibile, la giostra fermò la sua corsa e il tempo si tramutò in preghiera.

 


Dal Vangelo secondo Matteo                                                                      Mt 24, 37-44

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

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