Betlemme al tempo della nascita di Gesù: il pastore

Invisibili. Quella era stata la parola che aveva usato mio padre. “Noi siamo invisibili”, mi aveva detto quando io ero ancora un ragazzino che camminava al suo fianco mentre lui badava alle pecore. Con voce pacata e sguardo alto, come di chi non vuole farsi abbattere da una vita che l’ha percosso e l’ha già buttato a terra, continuava a ripeterlo. “Imparalo fin d’ora, figliolo. Siamo invisibili. Agli occhi del mondo noi non esistiamo. Ci relegano qui, ai confini della loro bella città, perché così non sono obbligati a guardarci.”

Al freddo di quella gelida sera, mentre guardavo il cielo chiaro annusando il tanto familiare odore di erba umida, quelle parole rimbombavano nella mia testa come tuoni. Ero un pastore, come mio padre e come suo padre prima di lui. Ero un uomo buono, con una vita umile, fatta di gesti semplici e ordinari, con una famiglia a cui davo tutto ciò che potevo.

Ma ero impuro. Essere un pastore significava essere privati di Dio e di tutto ciò che un normale abitante di quella piccola città della Giudea era libero di fare.

Non nascondo che durante le grandi feste, di tanto in tanto, sgattaiolavo in città per guardare le folle dirigersi verso il Tempio, luogo dove io non sarei mai potuto entrare.

Le parole di mio padre riecheggiavano forti in quei momenti. Ero invisibile. Sembrava che nessuno potesse vedermi e se qualcuno incrociava il mio sguardo, quella che mi veniva restituita era la pura indifferenza. Nonostante ciò, nonostante l’impossibilità nell’essere come tutti gli altri, non potevo staccare gli occhi da quella gente, dai loro gesti, dalla loro postura mentre si dirigevano verso il Tempio.

Il vento gelido mi fece tornare con la mente in quei pascoli ai margini della città. Non ero solo quella sera. C’erano altri come me, tra le grotte e gli incavi della roccia che facevano da casa a noi e alle nostre bestie, uniche compagne di quella vita vissuta al margine della vita altrui.

Tornai a guardare il cielo. Nonostante la distanza abissale che c’era tra me e il resto della città, fissavo le stelle come se dall’altra parte, dove il cielo lasciava spazio all’eterno e all’intoccabile, qualcosa stesse arrivando per me. 

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