Betlemme al tempo della nascita di Gesù: la donna al pozzo

606 passi. Erano quelli che separavano la mia modesta abitazione dal pozzo di Davide. Erano quelli che ogni notte, ben prima che il sole si alzasse, percorrevo per prendere l’acqua che mi sarebbe servita durante il giorno e che poco dopo facevo a ritroso, per ritornare verso casa.

Uno.

Dieci.

Venti.

Ogni notte contavo i passi che facevo. Sentivo il terreno sabbioso scrocchiare sotto ognuno di essi e pensavo a quanti altri percorrevano quella stessa strada. Non ero solita incontrare nessuno a quell’ora della notte e devo dire che la cosa non mi dispiaceva. Era in qualche modo un momento che riuscivo a dedicare a me, lontano dalla frenesia della vita quotidiana.

Quel percorso, pensavo, era un po’ la mia vita. Scandiva la mia giornata.

Ogni sera, dopo il tramonto, legavo accuratamente le due giare al nodoso bastone di legno che caricavo sulle spalle e mi avviavo. Le giare erano piuttosto leggere e dondolavano a ogni passo. Dovevo fare attenzione: se qualcosa le avesse urtate, si sarebbero potute infrangere e allora tutto sarebbe stato più difficile. Il ritorno sarebbe stato duro, sbilanciato. Ogni passo sarebbe stato più pesante e sarebbe stato arduo tornare a casa. Eppure, la cosa non mi spaventava.

Per quei passi, mi accompagnavano mille domande. Che cosa avrei fatto se una delle anfore si fosse spaccata? E allora pensavo. Avrei potuto lasciare lì i cocci e il bastone e proseguire con una sola anfora.

Ancor meglio, sapevo che sul limitare del pozzo si formava sempre un miscuglio di terriccio e acqua che si sarebbe presto asciugato. Avrei dovuto attendere, ma avrei riportato l’acqua a casa e non avrei perso un’anfora, per me tanto preziosa. In ogni caso, ce l’avrei fatta.

Quei passi, seguiti da quei pensieri e sempre più vicini alla meta mi dicevano “Sì, ce la farai”. Non importava quanto fossi da sola. Non importava quanto camminare nell’oscurità non fosse solo un modo per evitare la calura del giorno ma forse più le persone che avrei potuto incrociare.

Ero fiduciosa nel fatto che nonostante tutte le difficoltà che avrei potuto incontrare, avrei portato a termine ancora una volta quel mio unico compito.

Arrivavo al pozzo con la luna già alta nel cielo e tiravo su l’acqua. Prima di riempire le giare ne bevevo un po’ e lavavo mani e viso.

Quella notte tutto fu identico agli altri giorni eccetto che, sulla via del ritorno, forse distratta e stanca, presi una strada diversa. Sentii le urla di una donna poco lontana da lì, verso le cave che i pastori abitavano. Erano grida che conoscevo bene. Era dolore, certo, ma era quel dolore che accende la vita. Mi fermai, posando le anfore sul terreno polveroso e ascoltai. Un altro urlo sferzò l’aria. Guardai le anfore piene d’acqua che riflettevano la luna scintillante e le risollevai. Decisi di non andare verso casa e cambiai strada, muovendomi verso le grotte.

“Ce la farai”, dissi nella mia mente camminando verso quella donna. Quella notte i passi furono 1208. “Anche tu ce la farai”.

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