Betlemme al tempo della nascita di Gesù: l’albergatrice

Betlemme mi era sempre piaciuta. Sia io che mio marito eravamo nati e cresciuti in quel piccolo centro della Giudea e ne conoscevamo ogni singolo punto. In molti avevano deciso di spostarsi a Gerusalemme, dove era sempre necessario accogliere i pellegrini che visitavano la Città Santa. Noi avevamo scelto di rimanere e di fare del nostro piccolo albergo un punto di ritrovo per tutti coloro che cercavano un posto sufficientemente vicino a Gerusalemme ma prezzi più modici di chi, in città, chiedeva moltissimi sicli per una sola notte.

Ci tenevo particolarmente. Ero io stessa a recarmi ogni mattina al mercato di Betlemme per scegliere accuratamente gli ingredienti più prelibati per i miei ospiti. Mentre mio marito si occupava di conti e trattative, ero io ad occuparmi di preparare le piccole stanze per gli ospiti e di coordinare chi si occupava della cucina.

In quel periodo eravamo oberati di lavoro, per grazia dell’Altissimo. Il censimento che i romani avevano domandato era fonte di danaro per noi che ci ritrovavamo ad accogliere gente proveniente da tutta la regione e non solo, che tornava a Betlemme per farsi registrare, molto spesso insieme a mogli e figli.

Ero felice! Quei giorni di lavoro intenso ci avrebbero assicurato il pane e il sostentamento per gran parte dell’anno, fino a quando i pellegrini non si sarebbero nuovamente recati nella Città Santa. In pochissimo tempo avevamo avuto la grazia di riempire di gente ogni camera dell’albergo. A pranzo e a cena servivamo con velocità tutti gli ospiti che riempivano le tavolate lunghe che si snodavano per l’unica grande sala adibita al pasto. Il vociare degli uomini che raccontavano storie di viaggi passati e di lavori interrotti per poter partire era forte e copriva quello più lieve delle donne che cercavano di tenere buoni i più piccoli, spesso piangenti o urlanti.

Quella sera mi fermai ad ascoltare quello che per molti era un ronzio e un rumore insopportabile. Io, invece, la consideravo “la mia musica”. Il vociare era intenso e sempre più forte. Il calore delle risate cresceva minuto dopo minuto. Era bello.

Fu in quel momento che sentii bussare con insistenza alla porta. Mio marito era impegnato a parlare con uno dei nostri ospiti, quindi andai io alla porta.

Aprii il piccolo varco che consentiva di guardare al di fuori e incontrai il volto di un uomo. Aveva lo sguardo trafelato di chi aveva corso affannosamente. Appena incrociò il mio, vidi una luce, piccola, fioca, di speranza nei suoi occhi. Parlava velocemente, con la voce ansimante. Le parole interrotte dai respiri scorrevano rapide, tanto svelte che mi servì un attimo per capire che cosa stesse dicendo. Sua moglie era in procinto di partorire e cercavano un luogo, un posto in cui dare la luce al loro bambino. Il tono si inarcò, diventando da richiesta a supplica, la supplica di un uomo che non poteva sostenere neppure l’idea di vedere la sua famiglia ridotta in quel modo, sulla strada e al freddo della notte.

I miei pensieri andavano veloci, alla ricerca di un luogo all’interno della locanda in cui farli sostare, ma non ce n’era. Ogni stanza era occupata, ogni luogo era pieno. Di certo far partorire una donna nei corridoi dell’albergo avrebbe creato non poca indignazione negli ospiti che avrebbero di sicuro preteso indietro i denari che già ci avevano dato.

«Non c’è più posto», dissi con la voce spezzata. L’uomo insisteva e io dovetti fare altrettanto.

«Non abbiamo posto», dissi ancora. Lo sguardo dell’uomo si fece basso e rassegnato. Non riuscii a guardarlo oltre. Lentamente richiusi quella fessura. La mia mano rimase per diversi istanti sull’incavo di legno che faceva da presa sull’asse levigato.

Da tempo quello che era il mio lavoro si era trasformato nella mia ragione di vita: accogliere chiunque bussasse alla mia porta. In quel momento, io avevo accolto tante persone, la mia dimora era strapiena di gente, eppure sentivo il sapore amaro del rifiuto. Avevo chiuso la mia porta a chi mi aveva disperatamente chiesto di aprirla. Avevo chiuso il cuore al mio prossimo, ansimante davanti a esso, alla ricerca di un ristoro, di un posto sicuro.

A poco a poco il vociare si fece più intenso e la mia musica tornò a inondare le mie orecchie. Qualcuno chiamava il mio nome. Avevano bisogno. Staccai la mano dalla porta e tornai dai miei ospiti. Loro c’erano.

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