Il tuo limite è salvezza

Era stato un piacevole sabato passato al Tempio di Gerusalemme, nel quale, insieme ai miei discepoli ed altri fedeli, festeggiammo il giorno del “Sukkot/Capanne”, ovvero festa dell’acqua come dono del Padre per la vita piena.

L’aver incontrato un nato cieco sul mio cammino, desideroso di vita piena, in quel giorno dell’anno, non mi parse però un caso. L’uomo era seduto nei pressi della piscina di Siloe intento a chiedere l’elemosina. Immediatamente fui interrogato dai miei discepoli, i quali, unanimemente mi chiesero: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”.

Questa domanda mi fece ridere e sgomentare allo stesso tempo poiché, come può un uomo essere colpevole di qualcosa che non ha potuto compiere? Perché loro, che seguono me e dunque conoscono il Padre, sono ancora radicati in una credenza tanto acerba di luce? Colui che nasce da un principio d’amore non può essere colpevole di nulla.

Risposi però dolcemente che nessuno era colpevole della cecità di quell’uomo, bensì che quella fonte di scandalo non era che un’occasione per amare ed essere amato. Spiegai allora che le nostre debolezze, le nostre miserie, i nostri limiti non sono che un modo per ricevere grazie e misericordia, che non sono altro che possibilità che il Padre ci concede per essere amati in un modo particolare e speciale, tutto nostro, nonché la possibilità di riuscire a percepire la vita con una saggezza sconosciuta ai più, poiché soltanto nella sofferenza si riesce a scorgere ciò che conta di più nella vita. Dissi ancora che quell’uomo valeva tanto quanto noi, anzi, che la sua cecità non era che un dono per tutta l’umanità, perché tramite di essa il Figlio dell’Uomo avrebbe potuto manifestare la sua grandezza, e che quell’uomo non era che un progetto di Dio così com’era, in quello splendore tutto suo.

Nessuno però comprese bene quelle parole, poiché ancora troppo radicati in una tradizione in cui la teoria prevale sui fatti, e che prevede che un cieco nato tale, lo sia a causa di una maledizione piombata dall’alto come sentenza di morte e non di vita.

Mi avvicinai allora, e ripercorrendo il gesto con cui il Padre mio creò Adamo, e dunque egli stesso, presi un po’ di fango mischiato a saliva e gli toccai dolcemente gli occhi.

E’ vero, avrei semplicemente potuto dire all’uomo “Sii guarito dalla tua cecità”, e ciò sarebbe accaduto, ma non era il messaggio che volevo far comprendere ai miei discepoli.

Ripercorrendo il gesto della creazione, volevo far intendere loro che Dio non fa distinzione di uomini, ciechi o vedenti, sani o malati, buoni o cattivi: quel meraviglioso sole che sorge al mattino illumina tutti, senza alcuna differenza.

Dissi così all’uomo – che al mio gesto rimase a bocca aperta – “Va a lavarti nella piscina di Siloe”.

Il cieco capì immediatamente che qualcosa di strano era appena avvenuto. Vidi le sue palpebre inumidirsi di lacrime e fango, come se il suo cuore avesse già compreso ciò che sarebbe accaduto di lì a breve.

Mi allontanai così con i miei discepoli senza fare cenno alcuno su quanto avvenuto, per far comprendere loro che la misericordia, il bene compiuto, affinché sia riconosciuto e ricompensato dal Padre, va fatto nell’assoluto silenzio.

Non prima però di aver svoltato l’incrocio che mi avrebbe reimmesso sulla strada del ritorno, udii le strazianti grida di gioia dell’uomo provenire dalla piscina. Fu un attimo di confusione generale, perché i molti presenti in piazza accorsero in piscina, ma tra lo strepitio di voci riuscii a comprendere nitidamente le parole dell’uomo – “Ci vedo, ci vedo, Dio sia lodato! Vi prego, voi che lo avete visto, ditemi chi era! Devo ringraziare quel profeta, quell’uomo dalle mani Sante! Grazie Padre, hai udito le mie suppliche durate tutti questi anni…Tu sia benedetto!”.

Soltanto nel tardo pomeriggio venni a sapere di quanto dovette affrontare successivamente quell’uomo a causa di sacerdoti e farisei – avversi all’accettazione di un tale gesto compiuto di sabato – e del modo in cui mi aveva difeso senza remore davanti ai presenti.

Mi prodigai allora nella sua ricerca, incontrandolo dopo poco tempo.

Sembrò immediatamente riconoscermi, nonostante non mi avesse visto mai prima di allora. Mi guardò con aria distrutta, inquieta, come se quel che avesse ricevuto non fosse stato da lui meritato, poiché nel giorno più felice della sua vita era stato ripudiato dai più e trattato in malo modo da passanti, sacerdoti, farisei, e perfino dai suoi genitori.

Mi portai a pochi passi da lui, accarezzandogli il volto ed asciugandogli una lacrima che mi fece udire tutto ciò che avrebbe voluto dirmi. Ruppi quel momento di profondo silenzio – “Tu credi nel Figlio dell’Uomo?”, spiegandogli così chi fossi. Udendo ciò si gettò immediatamente ai miei piedi, irrompendo in un fragoroso pianto.

Mi inginocchiai anch’io, ed abbracciandolo dall’alto verso il basso, gli dissi che la sua cecità, il suo limite lo avevano salvato, e che le sue preghiere avevano toccato il cuore di Dio e il mio.

Gli dissi di non piangere più ma di ringraziare e ricominciare a vivere seguendo un modello di vita nuovo, il modello di vita d’amore che ero venuto a portare, e di dimenticare il male ricevuto fondando la sua vita unicamente sulla mia parola.

Alzato lo sguardo vidi un piccolo gruppo di gente incuriosita da quando stava accadendo. Colsi l’occasione per dire – “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”.

Ciò creò non poco scandalo tra i presenti, che cominciarono ad interrogarsi se anche loro fossero stati ciechi fino ad allora.

Dissi così – “Non si vede bene che col cuore, premuratevi dunque di guarire la vostra cecità interiore. Soltanto così potrete accedere al regno dei cieli”.

 

 

Ps. Il tuo limite è salvezza.. benedicilo!


Dal Vangelo secondo Giovanni   (Gv 9,1-41)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: Va’ a Sìloe e làvati!. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».

 

 

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