Sete

Aspettavo sempre che il sole fosse alto e rovente prima di uscire di casa. Era uno dei pochi momenti della giornata in cui nessuno mi avrebbe visto camminare per la città. Ero quasi abituata agli sguardi giudicanti della gente. Abituata, sì, ma non indifferente. Sapevo che cosa pensavano, sapevo quali cose dicevano di me. Non ero una donna rispettabile, secondo loro. Nella mia vita non mi ero mai sentita soddisfatta e questo mi aveva portato a tanti cambiamenti, inaspettati forse. Cercavo una felicità che sapevo, ormai, non sarebbe mai arrivata.

Avevo deciso, dunque, di non dare agli altri la possibilità di trascorrere il loro tempo parlando di me. Restavo in casa, tutto il giorno. Vivevo con un uomo, con cui mi trovavo a condividere questa porzione della mia vita. Non era mio marito e questo non faceva altro che scatenare le malelingue. Sapevo bene che la mia non era una vita “canonica”, non era neanche ideale, ma mi ci ero abituata. Spendevo le mie giornate ciclicamente. Cucinavo, rassettavo la casa e andavo al pozzo. Ogni giorno, a mezzodì, andavo a riempire la mia giara.

Mi incamminavo, certa che non avrei incontrato nessuno. Il sole rovente batteva sulla testa e sulle spalle ma avevo familiarità con quel calore. Il terreno polveroso si sollevava a ogni passo e il terriccio secco e leggero si attaccava ai vestiti e alla pelle che un po’ risentiva di quel caldo, inumidendosi passo dopo passo.

Di quel lungo percorso mi godevo principalmente il silenzio interrotto solamente dal crepitio dei piedi sulla strada sterrata. Di tanto in tanto cambiavo la mano che sosteneva la giara sulla mia testa. Era qualcosa di cui non potevo fare a meno: quel contenitore era l’unica cosa che mi accompagnava durante le mie uscite. Era pesante, era grande e a volte ingombrante ma non ne potevo fare a meno. Una volta riempita, dovevo stare attenta e non potevo girarmi: dovevo camminare dritta e fare attenzione altrimenti avrei versato l’acqua e tutto sarebbe stato inutile. In realtà, tutto ciò mi tornava estremamente comodo: era un modo per non incrociare gli sguardi altrui. “Non potevo”, ripetevo nella mia testa. “Se dovessi girarmi, potrei versare l’acqua”. Dentro di me, tuttavia, sapevo che quella giara era la mia maschera, la mia protezione dal mondo. Quella giara era il mio fardello.

Vidi da lontano il pozzo e mi fermai. Questa volta c’era qualcuno. Osservai da lontano, in attesa che quell’uomo prendesse l’acqua di cui aveva bisogno e andasse via. Ma ciò non avvenne, anzi. Si era seduto sulla pietra e attendeva. E così attendevo anche io. Di colpo, però, pensai che aspettare troppo mi avrebbe fatto incontrare la gente sul mio cammino di ritorno. Presi coraggio e percorsi l’ultimo tratto di strada fino al pozzo.  Feci finta di niente e iniziai a riempire la giara.

«Dammi da bere», disse quell’uomo. La sua voce mi fece sussultare. Un uomo, un giudeo parlava con una donna della Samaria. Alzai lo sguardo e lo osservai. Era un uomo singolare, di sicuro.

«Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» domandai. Pensavo che sarebbe rimasto sorpreso ma al contrario, era sempre calmo. Non era permesso a una donna di parlare a un uomo. Figuriamoci chiedere qualcosa. Con la sua voce, tranquilla e calda, mi rispose.

«Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva» Riconobbi nelle sue parole che quello non era solo un uomo. Era un maestro e forse – il pensiero mi balenò nella testa – era anche qualcosa di più. Sentivo quella sensazione che aveva caratterizzato la mia vita riaccendersi. Avevo avuto cinque mariti e non ero mai stata felice. Avevo percorso molte strade nella mia vita, senza trovare mai appagamento e gioia. Quella sensazione di ricerca, di voglia di trovare la verità ed essere felice, assopita ormai da tempo, si era di colpo riaccesa.

«Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?» Lo incalzai. Avevo desiderio di sapere, di conoscere.

«Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» Mi si illuminarono gli occhi. Avrei potuto evitare lo sforzo quotidiano, avrei potuto fuggire gli sguardi e i giudizi delle altre persone.

«Signore dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua» Lì mi confuse. Mi chiese di tornare al pozzo con mio marito. Risposi che non ne avevo e per la prima volta sentii che qualcuno non mi stava giudicando. Conosceva la mia storia ma aveva aspettato che fossi io a raccontargliela: era come se mi avesse teso una mano per spingermi a lasciarmi conoscere da lui. Mi sentivo rapita dalle sue parole, dal suo modo di parlare: avevo avuto ragione su di lui. Era singolare, non era un uomo comune. Gli domandai, quindi, che cosa avrei dovuto fare, in quale luogo era giusto adorare il Signore e la sua risposta mi lasciò esterrefatta.

«Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».

In spirito e verità. Chi era quest’uomo? Nella mia mente risentivo le sue parole e i miei pensieri erano come impazziti. D’un tratto, la calma. Sgranai gli occhi.

«So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Ero in trepidazione, quasi potessi sentire ciò che stava per accadere. Furono pochissime le parole che pronunciò.

«Sono io, che parlo con te». Un fulmine a ciel sereno. Non mi accorsi che avevo lasciato cadere la mia anfora e che i miei piedi si muovevano verso la città, verso il luogo che mi aveva ostracizzato. Incontrai delle persone e senza curarmi di ciò che avevano sempre detto e pensato, iniziai a raccontare loro di quell’uomo dicendo che forse, forse, quell’uomo era il Messia. Tutto il popolo di Sicar si mosse verso il pozzo di Giacobbe per incontrarlo e io andai con loro.

L’uomo rimase con noi per due giorni e in molti credemmo alle sue parole. Gli uomini e le donne della mia città dissero che non era più per me che credevano, ma perché l’avevano incontrato. Fui felice di sentire quelle parole. Quel “per me”. Ero stata uno strumento nelle mani di Dio: il Signore aveva fatto di me una testimone della sua Parola. In molti mi avevano resa strumento, durante la mia vita, ma questa volta era diverso. Questa volta ero stata strumento di gioia, di bene. Strumento di Dio. Non potevo essere più felice.


Dal Vangelo secondo Giovanni   (Gv 4, 5-15.19b-26.39a.40-42)

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?».
I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».
Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa».
Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

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