Al posto tuo

“La marcia inizia una volta tornati a casa”. Vi immaginate la mia reazione quando mi hanno detto questa frase?

Quest’ anno ho partecipato alla 39° marcia francescana che permette ai giovani di tutta Italia, e non solo, di ritrovarsi il 2 agosto ad Assisi per la Festa del Perdono: essa è il ricordo del dono che San Francesco ci ha fatto una notte dell’anno 1216 mentre pregava nella chiesetta della Porziuncola presso Assisi. È in quel momento che dilagò nella chiesina una vivissima luce che presentò al Santo il Cristo con alla Sua destra Maria, Sua madre, circondata da una moltitudine di angeli sopra l’altare. Dopo un momento di adorazione, gli chiesero cosa desiderasse per la salvezza delle anime, e la risposta di Francesco fu immediata: “Santissimo Padre, benché io sia misero peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, gli conceda ampio e generoso pentimento, con una completa remissione di tutte le colpe”.

Un cammino dentro di noi

La marcia francescana, che prevede 8 giorni di cammino in varie zone dell’Italia prima di arrivare nella città umbra, è dunque una preziosa occasione per riconciliarsi con Dio, e perché no, anche con se stessi e con gli altri. Il cammino ci richiama all’essenzialità in tutti gli aspetti della quotidianità affinché la parte più sofferente e insicura della nostra interiorità possa trovare il giusto tempo e il giusto spazio per esprimersi. E sì, perché anche lei ha il diritto di parlare! Quante volte invece tentiamo di soffocarla, di nasconderla o combatterla perché non riusciamo ad accettarla… eppure è parte di noi perché nasce in noi e ci parla, guida le nostre azioni anche se non ne siamo consapevoli. I rancori, le paure, le debolezze e le delusioni plasmano la nostra anima e potenzialmente potrebbero anche prendere il nostro controllo fino a diventarne schiavi.

Un amore in cui credevi e che invece è finito, un’amicizia durata anni che ti ha chiuso le porte in faccia, quella persona che continua a parlare male di te e che ti offende, i tuoi genitori che vorrebbero che tu fossi diverso.

Tu stesso che non ti accetti così come sei, che vorresti essere più simpatico, più apprezzato, mostrarti infallibile e sempre affidabile; tu, che ce la metti tutta per raggiungere il tuo sogno e puntualmente un imprevisto manda tutto all’aria.

Tu che vorresti essere più amato, più ascoltato.

Le fragilità nascoste sotto il tappeto

Ognuna di queste situazioni, oltre alle tante altre che oscurano il nostro cuore, ci chiude nello sconforto e nella gabbia della sofferenza che, avendo scoperto i nostri talloni d’Achille, ci rende dipendenti dalle nostre emozioni e pensieri, soprattutto quelli “negativi”. E la prima soluzione che ci viene in mente per combatterli è far finta che non esistano. È pensare che sì, in fondo, me la cavo bene anche da solo. È pensare che cercare di rendere la nostra vita perfetta controllando e programmando ogni suo aspetto ci prevenga dall’errore e quindi dalla sofferenza.  È mostrarci nei confronti degli altri in un certo modo, quando in fondo siamo tutt’altro.

Negare l’esistenza di quella parte di noi che non accettiamo, all’inizio ci fa stare meglio perché riusciamo a nasconderla agli altri e a noi stessi in modo che essa non ci possa più fare del male. Ma invece che smorzarsi, con il tempo, ci accorgiamo che addirittura acquista più forza, si fa sempre più agitata e incontrollabile, quasi come se si fosse offesa di non essere più stata considerata. Questo è normale che accada. Del resto, se metti la polvere sotto il tappeto non avrai mai veramente pulito la tua casa, anche se così sembrerebbe a una prima occhiata. Ma tu sai la verità. E questo pensiero non ti abbandona più, o quasi. Fino a quando ti decidi a risolverlo.

Gli “spostati”

Ogni volta che cerchiamo di sviare o di non riconoscere un problema o una difficoltà, di fatto non ci troviamo “al nostro posto”, perché invece che affrontarlo, preferiamo prendere altre strade più brevi, facili e immediate. Nel dialetto napoletano si utilizza il termine “spostata” per indicare una persona affetta da disturbi mentali, cioè colei che non riesce ad abitare se stessa (in questo caso purtroppo a causa di una malattia). In realtà, se ci pensiamo, siamo tutti un po’ “spostati”. Anzi, nasciamo “spostati” e passiamo tutta la nostra vita a cercare, trovare e difendere il “posto nostro”.

E ci potremmo chiedere allora: dove è il posto nostro? Stare al posto proprio vuol dire conquistare la propria gioia e libertà. Se ci pensiamo bene, le persone o i luoghi in cui ti senti te stesso sono quelli a cui tieni di più perché è lì che hai provato la vera felicità. Ci sentiamo a casa, “al posto nostro” appunto. E siamo anche liberi perché non siamo schiavi di nessuna paura o aspettativa.

Il segreto è nel “come”, non nel “cosa”

Nasciamo “spostati” con l’obiettivo di conquistare il nostro posto, un posto che in realtà è già pronto ed è solo per noi, per la nostra unicità fatta di talenti e debolezze. Per raggiungerlo, però, al contrario di ciò che si può pensare, non bisogna combattere ed eliminare le parti di noi che consideriamo negative, ma usarle bene. Non esistono infatti caratteri belli o brutti, perché ciò che li rende tali è lo scopo e il modo con cui li utilizziamo. Per esempio, la rabbia può addirittura essere un punto di forza se utilizzata per non arrendersi davanti le sconfitte e per avere la spinta per rialzarsi e ricominciare, mentre non viene utilizzata bene se sfogata verso il prossimo senza alcun rispetto di esso. E così si può dire della timidezza, della determinazione, della sicurezza, della fiducia, del dolore, e di tanto altro ancora. Ogni parte della nostra anima è essenziale per la nostra vita e per noi stessi perché si trova in un equilibrio di forze interne che non deve essere sbilanciato ma riscoperto e amato.

Questo non vuol dire che non bisogna cambiare, migliorare noi stessi o essere sempre in cammino: affermare che siamo perfetti così come siamo indica che abbiamo già una lista di ingredienti pronta e completa, ma sta alla nostra volontà, sensibilità, coraggio e desiderio unirli e utilizzarli nel momento e posto giusto per creare la ricetta perfetta della nostra vita. Il cambiamento quindi sta più nella quantità e nel campo di applicazione che nella qualità di ciò che ci portiamo dentro da quando siamo nati.

La marcia inizia una volta tornati a casa

Ciò che ho appena condiviso con te è una parte della ricchezza di riflessioni e condivisioni ricevuta durante il cammino e che mi sono portata a casa. La marcia francescana è un momento di grazia perché hai le giuste condizioni per far veramente luce sulla tua vita e sul tuo cammino di fede. Conoscere tanti nuovi ragazzi, confrontarsi con loro, divertirsi insieme e non sentirsi soli nelle condivisioni di esperienze più intime e delicate ti aiuta a raggiungere in fretta una pace interiore che raramente riusciamo a provare nella nostra quotidianità. Ma i giorni di cammino verso Assisi terminano presto, e capisci subito che se non continui soprattutto una volta tornato a casa a ricreare e donare agli altri ciò che hai assorbito di bello in quei giorni, la marcia rischia di rimanere una delle tante esperienze che hai fatto nella tua vita e che ti ha riportato a casa cosi come ti aveva lasciato. È per questo dunque che “la marcia inizia una volta tornati a casa”, perché è lì che giorno dopo giorno dobbiamo cercare di raggiungere il posto nostro.

Il posto pronto per te da sempre

Vorrei concludere questa mia condivisione citando un brano del vangelo secondo Matteo (Mt 22-1:14), la parabola di un re che mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze di suo figlio, ma alle quali non tutti furono degni di partecipare. Dio ci ha “invitati alle nozze”, a raggiungere il regno dei cieli, da sempre, e ha riservato un posto per me, per te, di cui ha curato tutti i particolari. Al Re non interessa la “qualità” dell’invitato, cioè se è un cavaliere, servo o mercante: ognuno di essi è invitato alle nozze a prescindere dalla sua esperienza passata o condizione presente. L’unica cosa che conta è che gli invitati indossino “l’abito giusto”: avere l’abito giusto vuol dire sintonizzarsi alla situazione a cui sei chiamato a partecipare, ovvero essere al posto giusto. Al posto tuo.

Ogni giorno Dio ci rinnova l’invito a sederci al posto nostro che Lui ha appositamente preparato per noi, ci chiama a prendere ogni parte di noi (ogni parte!) e a utilizzarla per raggiungere la vera gioia e la vera libertà qui, oggi, adesso. Busseremo poi alla porta del Padre, e Lui ci accoglierà dicendoci: “Vieni, figlio, ti aspettavo da sempre. Siediti al posto tuo”. 

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