Come Diamanti

Si sa che il diamante e il carbone sono costituiti chimicamente dalla stessa materia, ma con una diversa struttura fisica. La differenza risiede nel fatto che il diamante permette alla luce di attraversarlo, il carbone no. Quest’ultimo praticamente non vale nulla, mentre il primo ha un valore immenso. A noi deciderci se essere diamanti, la cui unica ricchezza consiste nel farci attraversare dalla luce di un Altro, o poveri pezzi di carbone che impediscono alla luce di attraversarli e sono destinati solo ad essere bruciati.

 (“Elogio della vita imperfetta”, Paolo Scquizzato)

Immersi nella luce

La marcia è stata un periodo di grazia immensa. La Sua luce era visibile a occhio nudo, risultava quasi palpabile. Si aveva davvero l’impressione di essere immersi in questa ricchezza senza limiti. Di poterci nuotare dentro. Sono stati undici giorni interamente dedicati all’incontro e al dialogo. A stringere nuovi rapporti, a fare amicizia e soprattutto a scoprire nella concretezza del cammino e della fatica cosa sia la fraternità. Sono stati undici giorni dedicati in particolar modo ad approfondire il rapporto con Dio, che con la delicatezza di un padre ha chiamato ognuno di noi sui monti, in un luogo lontano dal chiasso della quotidianità, nel quale poterci parlare a tu per tu. Nel quale parlare dritto al nostro cuore.

Fraternità, intensità, libertà: perdono

Ci sono molti termini che potrebbero descrivere la marcia. Uno tra questi è sicuramente la “fraternità”, che è passata attraverso la condivisione dei tanti momenti, alcuni anche molto intensi, della fatica e del meritato riposo, dello stupore di trovarci davanti a paesaggi mozzafiato, arrivando perfino a condividere la stessa acqua per lavare i vestiti! È stato bello sapere di poter contare sulla presenza di qualcun altro durante il cammino, in particolare nei momenti di fatica. Molti hanno trovato motivante la presenza di fratelli che, in mezzo a una ripida salita che pareva non finire mai,  si mettevano a discorrere con loro, o iniziavano a cantare, distraendoli dalla fatica. Più importante è stato il sostegno nella fatica spirituale. Durante la marcia, infatti, si sono condivisi pezzi di vita, problemi ed esperienze: che sorpresa scoprire di non essere gli unici ad attraversare quella situazione difficile! Oppure ad aver vissuto quella storia! È questo il cuore della fraternità.

C’è un altro termine che bene si adatta a questa esperienza: “intensità”. La marcia, infatti, è stata un periodo intenso, senza spazi vuoti. Gli orari erano ben scanditi. Ogni momento era occupato dal cammino, dall’incontro con il fratello o dalle catechesi. Era facile sintonizzarsi alla stessa frequenza di Dio e capire cosa volesse dirci attraverso gli eventi, la Parola o le parole dei fratelli. Era facile lasciarsi attraversare dalla Sua luce.

La marcia è stata anche “libertà”. Una libertà che forse cercavo da tempo ma che (facendomi prendere troppo dal mondo dei grandi) ho sotterrato per un po’ dentro me. Durante quei giorni infatti mi sono sentita di nuovo “piccola”, perché amata e coccolata da coloro che ci hanno accompagnato. Penso che anche gli altri lo percepissero dalle piccole cose di ogni giorno: l’accoglienza che ricevevamo ad ogni arrivo alla meta; il delizioso cibo che ci veniva preparato ogni giorno; il non sapere né quando ci saremmo svegliati al mattino né quando saremmo arrivati alla tappa successiva. Tutto questo mi ha insegnato cosa significa lasciarsi guidare: io che ho il difetto di dover avere un po’ tutto sotto controllo, per la prima volta dopo tanto tempo mi sono resa conto della bellezza di affidarsi totalmente a qualcun altro e ho capito che è questo il giusto atteggiamento da assumere nei confronti di Dio. Affidarsi totalmente a Lui e avere fiducia.

Il centro di tutta l’esperienza è stato il perdono d’Assisi. Tutta la marcia in fondo è stata un’occasione per prepararsi ad accogliere il Suo perdono. Quindi è stato fondamentale l’aspetto della misericordia, da riscoprire e di cui fare esperienza. E’ stato un percorso lento e graduale che ha portato ad un climax di emozioni sempre più intense. All’inizio l’invito è stato quello di guardarci interiormente per poter iniziare un cammino spirituale oltre che fisico. Fisicamente, infatti, eravamo lontani dal trambusto delle nostre città, ma per entrare nella marcia con la mente e con il cuore era necessario più tempo. Per questo il primo giorno ci è stato chiesto di vivere più intensamente possibile quell’esperienza, di non distrarci, di stare sul pezzo. Anche grazie alla relazione con l’altro, abbiamo tolto le nostre “maschere”, quelle che ci creiamo per sembrare migliori di quello che siamo e per coprire le nostre debolezze e fragilità.

 E’ proprio questa la grazia della marcia: acquisire una giusta consapevolezza di sé per capire che in fondo non siamo così invincibili come vorremmo apparire, bensì piccoli, deboli e fragili. Il vedersi così però fa male, molti ne soffrono talmente tanto da non riuscire a perdonare se stessi, nonostante magari le innumerevoli confessioni. Questo può portare ad un grande paradosso: Dio ci ha già perdonati, ma noi non riusciamo a perdonarci… Ecco però che da questa consapevolezza di sé ne scaturisce un’altra ben più importante: siamo figli di Dio e Lui ci ama proprio perché siamo così imperfetti.

Un Padre che ti aspetta

Ad aiutarci a comprendere questo è stata una catechesi su un passo del Vangelo di Luca: la parabola del Figlio Prodigo. Il padre era tanto in pensiero per il figlio che aveva perso; quando questo ritorna, non si sofferma su ciò che aveva fatto, non perde tempo a rimproverarlo ma corre, sta in silenzio, lo bacia . Il Padre si mette a correre perché spinto dall’Amore: questo Figlio si era perso, era diventato uno scarto e il Padre si getta tra gli scarti pur di riabbracciarlo; sta in silenzio perché rispetta la sua libertà; lo bacia: il bacio è assimilabile al respiro del cuore. Gli dona il vestito più bello, gli mette l’anello al dito, gli dona i calzari: tutto ciò permette al figlio di ritornare ad avere la libertà di figlio, non più schiavo.

Il perdono che abbiamo ricevuto alla Porziuncola è stato proprio un’esperienza di questo: ricevere l’abbraccio del Padre pur non avendo fatto nulla per meritarlo. Non tanto per farci sentire migliori perché senza peccato, ma per farci capire (oltre che sentire) che nei momenti in cui pensiamo di non farcela, di non riuscire a gestire una situazione o ci sentiamo soli perché nessuno apprezza i nostri sforzi, avremo il ricordo di un abbraccio che ci dice: non temere, io sono con te.

E adesso…?

La marcia ci ha donato tutto questo, adesso sta a noi coltivare questa ricchezza, consapevoli che ciò che è condiviso porta più frutto. La vera sfida della marcia è mantenere viva la fiamma che essa ha acceso nel nostro cuore anche nella confusione della vita di tutti i giorni. La sfida è vivere rapporti fraterni anche al di fuori di quel contesto assolutamente entusiasmante e attraente, ma anche lontano dal quotidiano.

Si tratta di conservare la gioia che ci è stata donata, consapevoli che nella nostra vita la marcia segna una linea di demarcazione: c’è un “prima” e un “dopo” la marcia. La realtà che stiamo vivendo è sempre la stessa. È il nostro occhio che la percepisce diversamente, perché abbiamo fatto esperienza di essere realmente e profondamente amati. Sappiamo di poter affrontare la vita con una marcia in più: hai ricevuto una critica che ti pesa particolarmente? Ora sai che ad aiutarti a sostenere questo peso c’è Dio. Se prima pensavi di non poter affrontare le situazioni che ti si presentavano, di non esserne all’altezza, adesso sei consapevole che con Lui tutto è possibile! La sfida è capire come continuare ad essere diamanti, il cui valore deriva dalla disponibilità a farsi attraversare dalla luce, piuttosto che pezzi di carbone.

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