Diamo la parola al figlio maggiore

“Un uomo aveva due figli…”

Con queste parole Gesù inizia a raccontare la famosa parabola del figliol prodigo. Una, a mio parere, delle più belle e redentrici che Gesù ha raccontato: le Sue parole si insinuano nella nostra pelle, e ci sorprendono nel momento in cui improvvisamente incontrano le nostre fragilità. Sono parole che in realtà raccontano di ciascuno di noi, delle volte in cui pensavamo che ce la saremmo cavata in modo più veloce ed efficace da soli, delle volte in cui abbiamo avuto la presunzione di essere sicuri di sapere di cosa avessimo o non avessimo bisogno e siamo partiti, chiusi in noi stessi, per cercare la nostra strada. Il giovane figlio alla fine si rende conto di aver perso la propria identità proprio nel momento in cui si è allontanato dal padre, e non riusciva a capire che questa sua essenza di Figlio, che gli appartiene da quando è nato, lo rende già pieno e perfetto così come è.

Ma in questa occasione non mi soffermerò sul figliol prodigo, perché “un uomo aveva due figli”. Perché i protagonisti sono due, entrambi con pari importanza nonostante le loro differenze.

Eppure sembra sempre che il primogenito sia presentato o considerato come “comparsa” nella scena.

Oggi voglio parlarvi del figlio maggiore.

Del primogenito a cui sono state affidate molte responsabilità, a volte anche prima del tempo dovuto, ma a cui egli non si sottrae perché sente ardere dentro di sé quel senso di appartenenza e dedizione alla famiglia che lo ha cresciuto, educato e protetto.

Del ragazzo sul quale i genitori si sono misurati per la prima volta come tali, con cui hanno sbagliato, provato, ma anche con cui hanno vissuto tutte le loro prime volte che hanno lasciato loro impronte indelebili.

Del figlio che ha costruito con le sue mani la propria vita, cercando ed esplorando nuove strade che non sempre lo hanno portato a soddisfazioni, anzi: ha meditato nel suo cuore le sue sofferenze e ha pagato su di sé i propri sbagli, ma è fiero delle sue cicatrici perché esse sono segno di una vita vissuta e non osservata.

Del primo discendente di cui tutte le persone si fidano ciecamente data la sua giovane saggezza, ma di cui pochi riescono ad ascoltarne e a sostenerne le debolezze, che, sì, esistono anche in lui.

Io sono una sorella maggiore, e questo ragazzo lo capisco.

Anzi, mi sono sempre immedesimata in lui.

Anche io avrei chiesto al padre misericordioso perché avesse trattato in modo così amorevole quel mio fratello che non solo si è allontanato senza fornire spiegazioni e con un po’ di egoismo da una vita che gli offriva tutto, ma che ha anche disperso tutte le sue ricchezze, oltre che la sua dignità, in azioni mondane ed effimere. In che senso, o Padre, fai festa per il suo ritorno a casa, quando io non mi sento abbastanza apprezzato per il buon lavoro che con diligenza e fatica porto avanti ogni giorno? Tu sorridi e accenni un semplice “bravo” quando porto a termine correttamente il mio lavoro, e uccidi il vitello più grasso per festeggiare il ritorno di mio fratello, senza dirgli nulla?

Non capisco. Spiegami.

“Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”. È questa la risposta che mi doni. Ci penso un po’ su, e capisco che Tu non hai mai smesso di amarmi. Mi hai inserito nella parabola perché anche io vi potessi trovare il mio spazio insieme a Te e al mio fratello perso e ritrovato. Siamo tutti preziosi ai Tuoi occhi, ognuno con il suo carattere, sensibilità, talenti, diligenza, mancanze. Mi hai citato perché mi ricordassi che anche io sono tuo Figlio, come mio fratello, e che con Te posso condividere e ricevere sempre tutto perché ciò che è Tuo è mio. L’accogliere a braccia spalancate mio fratello e preparare per lui una festa è solo un modo con cui gli hai dimostrato il Tuo amore incondizionato che fa parte del Tuo essere Padre, mentre a me lo dimostri ogni giorno, anche se in modo più silenzioso e delicato, quando mi benedici sul far della sera accarezzandomi la fronte quando sto già dormendo.

Ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

Aiutami, Padre, a capire che la mia felicità non deriva dal rispettare le regole, ma dal ritrovarmi ad essere costantemente Tuo figlio, come ha fatto mio fratello.

Lc 15,11-32

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