La bellezza di essere fragili

Cos’è la perfezione? La perfezione non è altro che il raggiungimento dell’eliminazione del limite.

Il mondo nel quale viviamo ci ha insegnato che avere limiti è sbagliato, che essere fragili è qualcosa di cui vergognarsi, e che l’unica via d’uscita che abbiamo è quella di utilizzare tutta la nostra intelligenza per trovare una soluzione a tutto, e fare in modo che nessuno possa mai vedere le nostre povertà. Ci vergogniamo talmente tanto di noi stessi che cominciamo una sfida col mondo. Una sfida nella quale cerchiamo di apparire perfetti, insensibili, immuni da qualsiasi fattore esterno. Una lotta che però diventa estenuante, ti lega alle cose terrene e che a lungo andare crea dipendenze logoranti.

Un’apparente contraddizione

Voglio svelarti adesso un piccolo segreto: si può essere perfetti nel limite. I nostri limiti ci dicono chi siamo, da dove veniamo e di che cosa abbiamo bisogno, e se cerchiamo di eliminare quest’ultimi rischieremmo di toglierci di dosso tutto ciò che di meraviglioso abbiamo nella nostra umanità.

È vero. Fermarci e guardare dentro i nostri vuoti ci fa paura. Abbiamo la paura matta di poter andare a smuovere qualcosa di scomodo, quindi preferiamo ancorarci ad un porto sicuro, condurre una vita piena di false sicurezze e di andare avanti per inerzia. Forse però la vita non ci chiede questo. Essa ci chiede di provare a guardare dentro questo vuoto che ci spaventa tanto.

Un po’ tutti nella vita hanno pensato “Se soltanto potessi essere diverso”. Ci ribelliamo continuamente a noi stessi, credendo in un fato che ha privilegiato l’interiorità di altre persone, e si è bendato nei nostri confronti

 Che cosa cerchi di più?

A proposito di questo, vi siete mai chiesti come mai Gesù quando incontra Bartimeo, il cieco di Gerico, gli pone la domanda: “Cosa vuoi che io faccia per te?”. Perché Gesù chiede ad un cieco cosa vuole che si faccia per lui? Mi sono sempre posto e riproposto questa domanda, perché se una persona è cieca, penso sia ovvio che essa chieda per sé la guarigione. Alla fine la risposta è stata la più semplice possibile, e forse per questo inaspettata: siamo perfetti così come siamo.

Gesù in quella domanda dice espressamente “Bartimeo, io sono qui tutto per te, ma dimmi: di cosa hai bisogno? Io non vedo altro che la cosa più bella che abbia mai visto”.

ll Signore in quel momento non dà per scontato che Bartimeo avrebbe chiesto la sua guarigione, e questa, se ci pensate, è davvero una cosa straordinaria! Se Dio stesso ci vede perfetti nelle nostre imperfezioni, perché noi dovremmo essere così severi con noi stessi?

I limiti come motori della nostra vita

Le nostre imperfezioni, i nostri limiti, i nostri bui, ma anche le nostre preziosità, unicità ed individualità, non ci sono state consegnate dall’amico di passaggio, o conquistate nell’arco del tempo, bensì “donate” da Chi ci pensa dagli inizi alla fine di tutto. Un Dio che ci pensa da sempre, e ci ama, soprattutto in quella parte donata dove non produciamo niente e che quindi ci sembra inutile e da eliminare, quella nostra parte “cieca”. Ecco perché parliamo di un “Dio di misericordia”, che può essere inteso anche come un “Dio che ama le nostre miserie”.

L’incontro di San Francesco

Pensiamo a San Francesco d’Assisi e alla lotta che ha condotto contro se stesso fino all’incontro con il Signore. Francesco era un amante delle feste, un ricco borghese, era ambizioso. Era apparentemente un uomo realizzato, che non doveva raggiungere altro che l’apice del successo per i suoi tempi: “Diventare un crociato”. E aveva tutti gli strumenti per farlo. Ma mancava lui. Sapete quando Francesco incontra realmente se stesso? Un giorno, e per puro caso, intercetta lungo il suo cammino la cosa più ripugnante che potesse presentarsi ai suoi occhi e che temeva di più: un lebbroso. Questi sofferenti a quei tempi rappresentavano la fragilità per eccellenza, la cosa da cui assolutamente stare alla larga e da emarginare ai confini del vivibile perché manifestavano chiaramente la punizione che Dio aveva dato per le loro colpe. Ma Francesco guarda quegli uomini, e, come se ci fosse uno specchio, vede se stesso. Nota il mondo da cui sta cercando di scappare, ma capisce che senza quel mondo lui non potrà mai essere il Francesco sognato dal Padre. Scoppia in lacrime, si inginocchia davanti a lui, gli bacia le mani e ne cura le ferite.

Chiamati ad amare ogni parte di noi

Francesco fa semplicemente ciò a cui siamo chiamati tutti noi, cioè accogliere ed abbracciare la nostra parte fragile, amarla, lasciare che Dio stesso la lenisca, e far diventare questa fonte di scandalo una grazia per l’umanità intera. Si, non esagero, una grazia per l’umanità intera! I nostri limiti, se colmati dell’amore di Dio, possono aiutare tante persone a fare quello a cui ho cercato di invitarvi con queste righe. Abbracciando questa parte di noi di cui invece ci vergogniamo accetteremo totalmente chi siamo, cominceremo ad avere estrema cura di noi e ci difenderemo con maggiore convinzione da chi vuole etichettarci come persone non all’altezza.

Polvere amata e baciata

Tutto ciò che ho condiviso con voi in questa riflessione non è frutto della mia invenzione. Voglio riportarvi infatti ad un evento avvenuto due mila anni fa. Fate scorrere nella vostra mente l’immagine di quell’uomo che abbraccia la propria croce, e in quell’evento di scandalosa fragilità diventa straordinariamente Dio.

C’è una preghiera bellissima di San Francesco che dice “Chi sei tu e chi sono io; tu sei il Dio, tutto, io invece sono niente”. E’ vero, questo siamo, siamo niente, siamo polvere, siamo però una polvere baciata da questo Dio.

Una polvere che alitata è diventata umanità.

Un polvere, straordinariamente amata.

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