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Riflessione sul peccato nel periodo di Quaresima

La ricerca di un’immagine

Nella preparazione dell’incontro di oggi ho pensato che sarebbe stata una buona idea partire dall’immagine che ho del peccato in modo che l’analisi di ciò che per me rappresenta sarebbe stata più semplice. E cosa ho fatto? Quello che avreste fatto anche voi: ho scritto su google “peccato” e ho cercato il risultato che sentivo più mio. Troviamo la mela, il serpente, immagini dell’antico testamento, o anche immagini di donne seminude o allusioni al sesso. Quella della mela può sembrare l’immagine più ovvia: una mano che ci tende il frutto rosso che ci ricorda l’episodio del peccato originale… eppure non la vedo adatta a descrivere completamente il senso che in modo personale sento del peccato. Penso infatti che la mela sia diventata molto più associata all’episodio che al concetto generale, uno stereotipo che può farci rischiare di rimanere in superficie, alla forma piuttosto che scendere con i nostri piedi nella sostanza.

L’incoerenza di fondo

Ho fatto quindi affidamento su me stessa in questa ricerca; ho chiuso gli occhi, ho fatto silenzio e ho capito che per me il peccato si presenta quando, prima o dopo un’azione compiuta, sento in me stessa un’incoerenza di fondo, una dissonanza tra la mia idea di comportamento e la realtà dei fatti. Il peccato deriva proprio da questa non connessione, da questa difficoltà umana di percepirci come un’unità indissolubile di mente e corpo.

Quando ci sbilanciamo troppo su una delle due parti, ecco il peccato, ecco la mancanza di equilibrio perché ci troviamo davanti all’assenza di una completezza. Se ci pensiamo, i nostri errori si presentano quando pensiamo troppo alle cose, come

quando ripetiamo in noi stessi quanto sarebbe bello essere come un’altra persona (invidia),

quando nella nostra mente giudichiamo pretendendo di averne non solo il diritto ma anche le capacità,

quando perdiamo troppo tempo a pensare a cosa possiamo o non possiamo fare, a come fare le cose invece che farle e basta, come nel caso di un aiuto che ci viene richiesto dagli altri.

Ma il peccato ci abita anche nel caso in cui facciamo soprattutto affidamento sul nostro corpo:

quando pensiamo poco e ci lasciamo trasportare con estrema fiducia dai nostri istinti ma anche dalle nostre cieche convinzioni,

quando agiamo pensando solo al presente disinteressandoci volontariamente delle conseguenze,

quando non agiamo concretamente nonostante l’idea di fare qualcosa si affacci nella nostra mente (l’indifferenza e il bene non compiuto).

In tutti i peccati che ci possono venire in mente possiamo notare come manchi sempre una visione completa, o meglio un nostro completo esserci nelle situazioni. È peccato l’egoismo (penso agisco per me stesso ma senza raggiungere la completezza che deriva da un’apertura), e se vogliamo anche l’accontentarsi (che è un po’ lo smettere di agire e pensare perché ci adagiamo su quello che abbiamo, pensando che sia sufficiente).

Siamo vasi frantumati

Tornando alla ricerca dell’immagine, direi che per me il peccato è tutto ciò che mina all’unione, all’interezza… come per esempio un vaso rotto: un vaso che cade e si frantuma in mille pezzi.  L’immagine del vaso mi dà modo anche di esprimere quella che penso sia la sensazione comunemente provata nel peccato, che sentiamo come un macigno che ci affossa, che ci soffoca, da cui non troviamo via d’uscita e che ci condannerà per sempre a una situazione di sofferenza.

Ci sentiamo falliti e incapaci. Questa cosa non è totalmente fuori luogo, perché, come sappiamo, peccare è umano, cioè non solo non riusciremo mai a raggiungere una reale interezza in tutti gli aspetti della nostra vita, ma continueremo anche a sbagliare e peccare, nonostante il nostro impegno nel fare dei passi di miglioramento. Siamo degli esseri finiti che non riescono a contenere in loro il concetto di infinito. Potremmo pensare allora che è tutto inutile, che non usciremo mai dalla nostra condizione di peccato che davvero ci soffocherà e distruggerà. Possiamo pensare che il vaso rotto, come noi peccatori, non sarà più utile alla sua funzione, sarà difficile da aggiustare e comunque sarà brutto, avrà perso la sua bellezza e armonia che prima mostrava.

Ma non è cosi.

Non so se lo sapete già, ma esiste una pratica giapponese chiamata kintsugi (letteralmente “riparare con l’oro”) che consiste nell’utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro per la riparazione di oggetti in ceramica, usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti. La tecnica permette di ottenere degli oggetti preziosi sia dal punto di vista economico (per via della presenza di metalli preziosi) sia da quello artistico: ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico ed ovviamente irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore.

Io trovo che sia una cosa bellissima, soprattutto se la riportiamo al nostro discorso sul peccato. Il peccato ci frantuma, ci rompe, ma questa non è la nostra condizione definitiva, non è la nostra condanna. C’è un Artista più grande di noi che, nonostante tutto, ci plasmerà con l’oro della sua Misericordia e Amore, per renderci ancora più unici e preziosi con le nostre ferite. Il valore del vaso rotto ci dice come noi non siamo il nostro peccato perché, nonostante abbiamo toccato il fondo, c’è ancora per noi una possibilità di tirarci su.

Ci chiudiamo in noi stessi

Spesso è proprio dopo aver toccato il fondo che diamo valore e importanza alla bellezza dell’essere noi stessi nella semplicità. Questo aspetto non riusciamo sempre a coglierlo perché quando sbagliamo ci ripieghiamo su noi stessi, piangiamo il nostro senso di colpa e non ci sentiamo degni e capaci di nessuna redenzione. Siamo concentrati su di noi, quando invece ad essere stata intaccata è la nostra relazione con Dio e con gli altri, che sono le relazioni che ci rendono completi. Ma ricordiamo sempre che ogni vaso rinnovato dal kintsugi è bello perché unico, nonostante sia rotto.

Allora perché fermarci nel nostro abisso, perché giudicarci? Perché giudicare?

La canzone

Vi propongo una canzone di Antonello Venditti dal titolo “Giuda”. Proviamo ad ascoltarla e a riflettere sul testo anche grazie alle domande che troverete qui di seguito.

La pietra

Adesso vi verrà data una pietra a testa: la pietra con cui spesso vorremmo condannare noi stessi o colpire gli errori degli altri per questa nostra continua necessità di dover trovare sempre un colpevole da punire. La pietra che ci affonda e che ci rende pesanti. Ma oggi per noi sarà segno di un nuovo inizio, di una possibilità di rialzo.

Per fare questo vi chiediamo di scrivere sulla pietra quello che attualmente per voi rappresenta un limite per riuscire a rialzarvi dal peccato, cioè il peso più grosso di cui vorreste liberarvi, sia esso una parte del vostro carattere, una situazione vissuta nel passato o un ricordo, che sentite come una delle principali cause della vostra sensazione di soffocamento che potreste provare quando magari volete fare del bene ma non ci riuscite o non vedete risultati. Trasferitelo sulla pietra, toccatela e fatene una parte di voi trasferendo in essa tutto il peso dei vostri pensieri. Poi alzatela in alto per qualche secondo, ascoltate i vostri muscoli e le vostre ossa, studiate la fatica che vi richiede questo movimento. Poi ponete via la pietra, e confrontate la vostra attuale percezione di leggerezza con il movimento effettuato precedentemente. Vale la pena di “liberarci dai nostri pesi”, no?

Tu che ne dici?

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